Sono passati quasi sei mesi da quel 22 e 23 marzo in cui gli italiani, chiamati alle urne per il referendum confermativo sulla separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, hanno detto no. Un no netto: 53,7% contro 46,3%, con un'affluenza altissima per gli standard referendari degli ultimi anni, il 58,9%, oltre 27 milioni di votanti. Una sconfitta indiscutibile per il governo Meloni, che di quella riforma – separazione delle carriere, doppio Csm, Alta Corte disciplinare, sorteggio dei componenti – aveva fatto una bandiera identitaria; una vittoria, altrettanto indiscutibile, per chi in quella riforma vedeva un rischio per l'equilibrio tra i poteri dello Stato.
Ma la domanda vera, quella che conta per chi si occupa di opinione pubblica più che di cronaca elettorale, è un'altra: il No ha significato che gli italiani hanno smesso di credere che la giustizia vada riformata? L'ultima rilevazione di AnalisiPolitica, condotta su un campione rappresentativo di mille italiani adulti, risponde con chiarezza: no. Anzi, come vedremo, la fotografia di oggi assomiglia moltissimo a quella di ieri, referendum o non referendum.
Ci fidiamo della giustizia? Una maggioranza, ma il Paese resta diviso in due
Prima di entrare nei numeri italiani vale la pena uno sguardo internazionale, perché la sfiducia nella giustizia non è un’esclusiva nostrana. Nell’ultima rilevazione OCSE, svolta nel 2025, il 54% dei cittadini dei Paesi partecipanti dichiara una fiducia alta o medio-alta nei tribunali e nel sistema giudiziario; in Italia il dato si ferma al 44%. Le rilevazioni effettuate nel 2026 confermano forti differenze tra Paesi: nel Barometro CEVIPOF la fiducia nella giustizia raggiunge il 63% in Germania e il 60% nel Regno Unito, mentre in Francia si ferma al 45%. In Italia, Eurispes rileva nel maggio 2026 il 43%, sostanzialmente stabile rispetto al 44% dell’anno precedente; la rilevazione di settembre di AnalisiPolitica sale invece al 51%. Domande e metodologie non sono perfettamente sovrapponibili, ma il quadro resta quello di una fiducia tutt’altro che granitica.
Alla domanda diretta – avete fiducia o no nella giustizia italiana? – il 2026 segna un cambiamento più di segno che di sostanza. Nel 2023 il 43% degli italiani si dichiarava fiducioso (7% "molto", 36% "abbastanza") contro il 54% di sfiduciati; nel 2025 la forbice si era persino allargata, con il 41% di fiduciosi contro il 57% di sfiduciati. Nel 2026 la fiducia supera la sfiducia: 51% contro 45%.
È una maggioranza, ma non così netta: nella sostanza, il Paese resta in pratica diviso a metà. E la fiducia, ancora una volta, non si distribuisce in modo uniforme. Gli incroci con le principali variabili sociopolitiche mostrano una fiducia sopra la media tra gli ultrasessantenni, tra i laureati e, sul fronte politico, tra gli elettori di Movimento 5 Stelle e di Alleanza Verdi e Sinistra. Più in generale, la sfiducia appare maggiormente concentrata nell'elettorato di centrodestra, mentre nel centrosinistra il tasso di fiducia risulta più alto della media.
Perché questo dato non stupisce
Il motivo per cui il quadro complessivo si muove così poco è che le convinzioni di fondo degli italiani sul rapporto tra giustizia e politica non sono cambiate. Due domande di AnalisiPolitica, poste sia nel 2019 sia nel 2026, lo dimostrano con chiarezza.
Alla prima – "spesso le inchieste dei giudici hanno condizionato la vita politica italiana" – si dichiarava d'accordo il 74% degli italiani nel 2019 (32% "molto", 42% "abbastanza"); oggi lo è il 72% (30% "molto", 42% "abbastanza"). Sette anni, un referendum, due legislature di mezzo, e la percezione che le inchieste giudiziarie abbiano un peso politico resta condivisa da quasi tre italiani su quattro.
Alla seconda – se i magistrati, vista la responsabilità che hanno, dovrebbero essere periodicamente controllati anche a livello psicologico – il consenso è ancora più ampio e altrettanto stabile: 78% nel 2019, 79% nel 2026.
Due indicatori diversi, due modi di guardare al rapporto tra cittadini e magistratura, ma un’unica lettura: persiste quel sostrato di diffidenza che contribuisce a spiegare la domanda di riforma della giustizia. Una domanda che, rispetto al 2023 e al 2025, è diminuita solo di poco.
La riforma resta un'esigenza sentita, quasi come tre anni fa
Se le convinzioni di fondo sulla magistratura non cambiano, non stupisce che non ne cambi troppo nemmeno la richiesta di rinnovamento. Alla domanda se il sistema della giustizia abbia bisogno di una profonda riforma per funzionare meglio, il consenso resta schiacciante: 83% nel 2023, addirittura 84% nel 2025, 79% nel 2026.
Il calo rispetto al biennio precedente esiste, ma resta modesto: cinque punti che si distribuiscono tra una crescita degli indecisi e un leggero aumento del dissenso. Il dato sostanziale non cambia: quattro italiani su cinque continuano a ritenere necessaria una profonda riforma della giustizia.
Chi la vuole di più, chi la vuole con più cautela
Anche qui gli incroci raccontano una storia coerente, da leggere nelle tendenze più che nei valori assoluti. A credere più intensamente – un "molto d'accordo" nettamente sopra la media – nella necessità di riformare la giustizia sono soprattutto gli elettori di Lega e Fratelli d'Italia, ma il segnale arriva, più attenuato, anche dal Nord Est e dalle aree a maggior benessere economico del Paese, oltre che dalla fascia d'età 40-59 anni e da chi presenta livelli di istruzione medio-bassi.
Non solo destra: tra gli elettori di Partito Democratico, Azione e Forza Italia emerge invece un’accentuazione sull’“abbastanza d’accordo”. È la differenza più interessante guardando ai due poli: il centrodestra esprime più spesso un’adesione piena e intensa alla necessità di riformare; il centrosinistra un’adesione più prudente, concentrata maggiormente sull’“abbastanza”. La meta, insomma, è condivisa; il passo con cui raggiungerla, no.
Allora perché il referendum ha respinto la riforma?
Se la domanda di un riassetto resta così ampia e trasversale, e se le convinzioni che la alimentano sono immutate da anni, resta una questione: perché il referendum di marzo si è chiuso con una bocciatura?
Le spiegazioni possibili, probabilmente, sono più di una, e si sommano tra loro.
La prima è che i cittadini non abbiano davvero percepito che quella specifica riforma – separazione delle carriere, doppio Csm, sorteggio – rispondesse alle loro reali istanze; o forse, al contrario, l'abbiano capito e abbiano concluso che non fosse quella la riforma giusta, quantomeno non nella forma proposta.
La seconda è più semplice, e riguarda la comunicazione: chi proponeva la riforma non è riuscito, in ogni caso, a spiegarla in modo sufficientemente convincente. Un tema tecnico come l'ordinamento giudiziario, per passare da un dibattito fra addetti ai lavori a un consenso popolare solido, ha bisogno di una spiegazione chiara di cosa cambi concretamente nella vita dei cittadini. Quella spiegazione, complice anche la complessità della materia, non è arrivata con la forza necessaria.
La terza spiegazione, forse la più rilevante, riguarda il tono complessivo della campagna referendaria, che su entrambi i fronti si è spinta rapidamente verso toni estremizzati e polarizzanti, lontani dal merito costituzionale del quesito. Nel fronte del No, soprattutto a sinistra, l'argomento più ricorrente è stato quello dell'attacco alla Costituzione tout court – un testo che, va ricordato, è già stato modificato da venti leggi di revisione costituzionale dal 1948 a oggi. Una delle più ampie revisioni organiche entrate in vigore, quella del Titolo V, fu approvata nel 2001 da una maggioranza di centrosinistra. Nel fronte del Sì, soprattutto a destra, la comunicazione ha puntato spesso su un registro securitario e identitario, fuori tema rispetto al quesito referendario: immigrati irregolari, stupratori e spacciatori scarcerati, antagonisti che devastano le stazioni senza conseguenze giudiziarie, i "figli strappati alle madri" nel caso della famiglia che viveva nel bosco, magistrati negligenti che continuerebbero comunque a fare carriera. Argomenti ad alta mobilitazione emotiva, ma solo indirettamente collegati al merito tecnico-costituzionale della separazione delle carriere.
Il risultato, probabilmente, è stato un cortocircuito: un Paese che continua a chiedere, con una maggioranza larghissima e stabile da anni, una riforma della giustizia, ma che di fronte a un quesito specifico, calato in una campagna referendaria polarizzata su temi in gran parte diversi da quelli del testo in votazione, sembra aver preferito il "no" del "non mi fido di questa specifica riforma" piuttosto che il "sì" a un cambiamento generico di cui, in linea di principio, continua ad avvertire il bisogno. La domanda di una giustizia più efficiente, più rapida e più equilibrata nei suoi contrappesi resta intatta. Trovare una proposta – e una comunicazione – capace di intercettarla resta, oggi come negli scorsi anni, il vero compito della politica.
This is the new section content you wanted to add. Customize this text as needed.