In soli due anni, un cambiamento forte. Si potrebbe persino definire come un mutamento di strategia del partito, che ben si è riflesso sulla base. Effettivamente, è quanto viene da tempo evidenziato nell’azione di Giuseppe Conte: distinguersi dal Pd; fare gara sul Pd; creare/ricreare l’identità dei 5 Stelle.

Se nel 2023 la base del Movimento di divideva fra il considerarsi una forza indipendente (44%) e una forza di centrosinistra (46%), nel 2025 la proporzione è sensibilmente diversa, con il 67% dei grillini che si dichiara né “di destra, né di sinistra” e solo il 23% di centrosinistra.
Più di tutti, hanno cambiato idea gli over 60, con un basso livello di istruzione, provenienti da aree del Centro Italia e, un po’ meno, del Nord Ovest.

La differenza con il Partito Democratico si vede bene anche analizzando i dati dell’autocollocazione politica, ovvero i risultati alla domanda “lei si sente di…?”. Il Pd è tutto nel centrosinistra, i grillini no. Sebbene la buona maggioranza della base (61%) si collochi nel centrosinistra, il 29% si sente di centro e il 9% di centrodestra. Quest’ultimo dato non è da trascurare, se consideriamo che la destra, prima con Salvini e poi con Meloni, si è ripresa quegli elettori che, ancora poco più di dieci anni fa, costituivano quasi la metà del Movimento 5 Stelle.
In ogni caso, come visto anche dagli ultimi risultati elettorali, se vuole vincere, la casa attuale del Movimento è il centrosinistra; ma in questo spazio, primeggia un Pd in buona salute, su cui è difficile recuperare voti. Ancora di più, se si pensa che il Partito Democratico di Elly Shlein potrebbe ricevere un involontario aiuto da colui che fu il più grande nemico del Pd di Bersani, ovvero Beppe Grillo, il fondatore.
Dopo un periodo di silenzio, seguito anche alla disfatta nella battaglia con Conte, sembra che ora Grillo voglia intraprendere alcune, non ancora ben definite, azioni tra il politico ed il giudiziario. Si è parlato, tra l’altro, di una sua volontà per rifondare un suo movimento politico, come ai tempi del Vaffa.

In questo senso, si è testato l’attuale elettorato 5 Stelle e ne è risultato che solo il 3% prenderebbe molto in considerazione un nuovo partito di Grillo e il 16%, abbastanza. Una buona regola empirica, per ottenere una buona stima, è di dividere a metà quest’ultimo dato e di sommarlo ai precedenti. Saremmo intorno al 10%-12% del voto 5 Stelle che abbandonerebbe il partito. Non è tanto, non sarebbe un successo per Grillo, ma, come prima accennato, farebbe comodo al Pd. Il danno grave, invece, potrebbe venire dal fatto che il Movimento, nelle stime nei sondaggi, rischierebbe di scendere al di sotto della soglia psicologica del 10%. Passerebbe da partito a due cifre a partito ad una cifra, ovvero, potrebbe essere visto come un partito che non può più vincere, su cui non bisogna più puntare, con la conseguenza di un’ulteriore contrazione della base.
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