Oltre l’Europa dei mercanti: gli italiani chiedono più difesa comune e decisioni più rapide

Gli italiani e l'Europa: un rapporto storicamente complesso, fatto di infatuazioni iniziali, cocenti delusioni, periodi di maggiore scetticismo e, come dimostrano i dati più recenti, pragmatici ritorni di fiamma. Il sondaggio realizzato da AnalisiPolitica nel 2026 su un campione rappresentativo di 1.000 adulti italiani ci offre una fotografia nitida, non sorprendente, di un'opinione pubblica in profonda evoluzione. Come visto anche in occasione della crisi del Covid, è molto probabile non trovarsi più di fronte all'europeismo prevalentemente ideale degli anni Novanta, quanto piuttosto ad un “europeismo della necessità”, oggi dettato dall'instabilità globale e dalla sempre maggiore consapevolezza che le sfide contemporanee non possono essere affrontate all'interno dei ristretti confini nazionali.

Trend in crescita per una maggiore integrazione, trainato dalla difesa comune

Il dato di partenza più evidente è il trend in crescita della quota di cittadini che auspicano una maggiore integrazione europea. Se nel 2023 la somma di coloro che desideravano gli "Stati Uniti d'Europa" e una "Politica estera e difesa militare in comune" si attestava al 55%, questa percentuale è salita al 59% nel 2025, per poi compiere un ulteriore e decisivo balzo fino al 65% nel 2026. Due italiani su tre, oggi, chiedono più Europa.

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Tuttavia, disaggregando il dato, emerge una dinamica estremamente interessante. L'opzione federalista classica, ovvero la creazione degli "Stati Uniti d'Europa con leggi e governo comuni", rimane sostanzialmente stabile nel tempo: era al 28% tre anni fa, è passata al 30% lo scorso anno e si assesta oggi al 29%. La vera spinta verso l'alto è data soprattutto dall'impennata della richiesta di una "Politica estera e difesa militare in comune", che passa dal 27% del 2023 al 36% attuale.

La risposta a questo fenomeno va probabilmente ricercata nella situazione mondiale e nel mutato scenario geopolitico. Le perduranti tensioni internazionali, i conflitti ai confini dell'Europa e l'incertezza legata agli assetti globali – anche in relazione alla mutata postura degli USA nei confronti del Vecchio Continente - hanno rafforzato nella popolazione la domanda di sicurezza e protezione. L'Unione Europea, in quest'ottica, non viene più vista solo come un'entità economica, ma come un necessario scudo geopolitico. L'idea di una difesa comune – lasciando ai tecnici la scelta sulla sua forma migliore - non è più un tabù, ma una priorità avvertita dalla popolazione.

Il declino del mero mercato e le nuove geografie dello scetticismo

Parallelamente a questa crescita, si sviluppa la tendenza contraria di chi vorrebbe mantenere l'Unione Europea "così come ora, solo facilitazioni commerciali". Questa posizione minimalista, che solo nel 2023 era di un italiano su quattro (24%) è passata oggi all'11%. Il mercato unico, da solo, non basta più a giustificare il progetto europeo agli occhi dei cittadini.

Rimane invece stabile lo zoccolo duro degli euroscettici: coloro che ritengono che dall’UE, l'Italia dovrebbe "staccarsene, almeno in parte" quotano intorno al 15%, come negli scorsi anni. È tuttavia l'analisi dei sottogruppi sociopolitici a rivelarci come questo 15% sia in realtà mutato.

Negli anni scorsi, l'euroscetticismo più marcato era appannaggio quasi esclusivo degli elettori del Movimento 5 Stelle e della Lega. Oggi il panorama è diverso. Gli elettori leghisti che spingono per l'uscita sono scesi a un fisiologico 16%, in linea con la media nazionale, tra gli elettori di Futuro Nazionale, la quota raggiunge il 39%. Probabilmente molti ex elettori di Salvini, che, passati a Futuro Nazionale, definiscono ora l’identità del partito, in opposizione al governo nazionale.

Altro dato interessante è quello che vede una forte differenza fra coloro che dicono di non votare - 35% per uscire dall’UE – e chi invece si dice indeciso su chi votare: 45% per la difesa comune. Molto spesso, invece, questi due sottogruppi viaggiano affiancati. Tornando alla Lega, è da sottolineare come ben il 60% chieda la difesa militare comune, ma solo il 7% gli Stati Uniti d'Europa, a conferma di un elettorato che vuole i confini protetti ma non cedere sovranità politica.

I profili: chi vuole più Europa?

Analizzando le accentuazioni positive rispetto alla media del campione, si delineano identikit precisi. La maggiore integrazione europea (che media al 65%) trova i suoi massimi sostenitori tra i giovani nella fascia d'età tra i 18 e i 39 anni, dove raggiunge il 75%. Un dato che segnala una maggiore familiarità delle nuove generazioni con il progetto comunitario, anche perché proprio le nuove generazioni sono quelle maggiormente cresciute dentro il contesto europeo, dall'Erasmus alla moneta unica. Il favore cala decisamente tra i 40-60enni (58) per poi risalire tra gli over 60 (64%).

Il titolo di studio gioca un ruolo determinante, confermando una frattura sociale ormai consolidata: il sostegno alla maggiore integrazione europea cresce con il livello di istruzione. Se tra chi ha un diploma di scuola media o meno l'opzione per la maggiore integrazione si ferma al 58%, tra i laureati sale al 79%. A livello geografico, il Nord Est (71%) e il Nord Ovest (68%) si confermano come aree trainanti dell'europeismo italiano, seguiti a sorpresa dal Sud e Isole (64%). Il dato più freddo si registra invece al Centro Italia (49%), una flessione che meriterebbe approfondimenti ulteriori.

Sveltire i processi: l'addio all'unanimità

Se gli italiani vogliono un'Europa più unita, specialmente militarmente, la vogliono anche più efficiente. Le tabelle successive del sondaggio affrontano il nodo cruciale del possibile miglioramento della funzionalità delle istituzioni di Bruxelles, spesso percepite come lente e complesse e bloccate dai veti incrociati.

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Di fronte alla constatazione che "in certi casi importanti su politica estera, fiscalità, bilancio europeo, ingresso di nuovi Paesi, occorre l'accordo di tutti quanti gli Stati membri", viene chiesto agli intervistati come non rallentare l'UE. La maggioranza relativa (46%) sceglie la strada più riformista: "Decidere a maggioranza qualificata molto ampia di stati e popolazione, che poi sia valida per tutti gli Stati membri". Un'altra porzione consistente (26%) opterebbe per "Consentire soltanto agli Stati favorevoli di procedere insieme", superando il vincolo rappresentato dall'assenza di consenso unanime.

Solo il 16% preferisce lo status quo, ovvero "attendere comunque finché tutti gli Stati non raggiungono un accordo, anche se questo rallenta le decisioni". C'è poi un 4% di chi ritiene che l'unanimità rappresenti un problema ("Non è vero che l'UE sia rallentata") e un 13% di indecisi. Il principio dell'unanimità, un tempo garanzia per i singoli Stati, è oggi visto dalla maggioranza degli italiani come un ostacolo che impedisce all'Europa di agire tempestivamente in un mondo che si muove sempre più velocemente.

L'Europa a due velocità: un pragmatismo accettato

La diretta conseguenza di questo desiderio di sveltimento decisionale è l'apertura, ormai ampiamente accettata, verso la cosiddetta "Europa a due velocità". Alla domanda su quanto sarebbero favorevoli a consentire a un gruppo di Paesi di adottare politiche comuni più integrate, anche qualora altri Stati decidessero di non partecipare, ben il 54% degli intervistati si dichiara a favore (il 12% "molto favorevole" e il 42% "abbastanza favorevole").

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Il fronte dei contrari si ferma al 29% (composto da un 22% "abbastanza contrario" e solo un 7% "molto contrario"), mentre il 17% non sa esprimersi.

Questa disponibilità ad accettare un'integrazione differenziata è il sintomo definitivo di un nuovo realismo politico. Gli italiani hanno compreso che l'allargamento a 27 membri (e oltre) rende impossibile marciare tutti allo stesso passo. Piuttosto che rimanere fermi ad aspettare l'ultimo della fila – spesso per ragioni di ricatto politico interno, come visto recentemente con alcuni Paesi dell'Est – i cittadini italiani preferiscono che il "nucleo duro" dell'Europa (di cui l'Italia è storicamente Paese fondatore) vada avanti da solo, forgiando integrazioni più strette su temi ritenuti urgenti.

In conclusione, il sondaggio del 2026 ci consegna il ritratto di un'Italia meno concentrata sulla contrapposizione tra integrazione e disimpegno dall'Europa, e più orientata a discutere quale forma debba assumere l'Unione. Sembrerebbe un'Italia che ha superato la dicotomia tra "restare" o "uscire", e che ora pretende di sedersi al tavolo per disegnare un'Europa diversa: meno concentrata sulle virgole dei regolamenti commerciali e più focalizzata a diventare un attore geopolitico credibile, capace di difendere i propri confini e di decidere rapidamente il proprio destino nel mondo.

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