L'astensionismo, in Italia, non è più un fenomeno congiunturale ma una tendenza strutturale. Nel 1948 andò alle urne il 92% degli aventi diritto; nel 2001 l'affluenza restava sopra l'81%. Poi l'accelerazione negativa: 75% nel 2013, 73% nel 2018, fino al crollo del 25 settembre 2022, quando per la prima volta la partecipazione alla Camera è scesa sotto il 64%, nove punti in meno in appena cinque anni.
È in questo contesto che AnalisiPolitica, su un campione rappresentativo di 1.000 italiani adulti, ha chiesto a non votanti e indecisi sul capire perché restino lontani dalle urne e cosa potrebbe farli tornare. E il fenomeno non appare uniforme: dietro la scelta di non partecipare convivono atteggiamenti diversi, dalla vera disaffezione alla ricerca di un’offerta politica considerata più convincente.
La prima domanda ha riguardato il motivo principale per cui oggi queste persone non indicano un partito da votare o pensano di non andare alle urne. La risposta più frequente riguarda una valutazione negativa della qualità della politica: il 45% afferma che "non vi è un partito che fa una politica onesta e trasparente". Si tratta di una motivazione dominante anche nel confronto con il passato: 47% nel 2015 e 39% nel 2019.
Un quarto degli intervistati (25%) indica invece una ragione diversa: “non vi è un partito che fa una politica che veramente mi piace”. È un maggiore richiamo al tema della rappresentanza e della distanza rispetto alle proposte dei partiti. Questa componente, maggioritaria nel 2019 (40%) torna in pratica ai valori del 2015 (26%).
Cresce invece la componente più generale di disinteresse: il 20% dichiara che “in generale la politica non mi interessa”, un dato superiore rispetto al 14% del 2019 e all’8% del 2015. È un dato significativo: il disinteresse verso la politica cresce linearmente nelle tre rilevazioni considerate, fino al dato attuale del 20%: un intervistato su cinque.
Gli incroci con le principali variabili sociopolitiche mostrano che le motivazioni del non voto assumono significati diversi a seconda dei segmenti considerati. La critica alla qualità della politica, sintetizzata nella mancanza di un partito che faccia una politica onesta e trasparente, è la motivazione prevalente in modo trasversale, ma raggiunge livelli più elevati tra le donne (44% contro 39% degli uomini) e soprattutto tra chi si colloca nel centrodestra (circa 56%).
La ricerca di un partito capace di proporre una politica realmente condivisa è invece più presente tra gli uomini (31% contro 16% delle donne) e identifica maggiormente una distanza legata alla rappresentanza politica più che alla disaffezione generale.
Il disinteresse verso la politica presenta una dinamica diversa: cresce soprattutto tra le donne (22% contro 12% degli uomini) e nei segmenti meno coinvolti politicamente. Il non voto, quindi, non appare come un fenomeno unico: per alcuni rappresenta una critica verso la qualità e la credibilità dell’offerta esistente, per altri una progressiva estraneità rispetto alla politica in quanto tale.
La seconda domanda ha cercato invece di individuare quali condizioni potrebbero riportare al voto chi oggi non lo fa. Il primo elemento che emerge è la richiesta di maggiore concretezza: il 18% indica come possibile fattore decisivo “proposte più concrete sui problemi economici e sociali”. Al secondo posto si colloca un candidato o una leadership più credibile (12%). Complessivamente, questi due aspetti delineano una domanda di maggiore capacità politica: non tanto un richiamo identitario, quanto la ricerca di soggetti ritenuti in grado di affrontare problemi reali.
Altri elementi raccolgono consensi più contenuti ma indicano altre dimensioni della distanza dalla politica. Il 10% sarebbe spinto al voto da una coalizione o alleanza più convincente; il 7% da un partito più vicino ai propri valori e alla propria identità politica; un altro 7% da una campagna elettorale più chiara e meno polemica. Più marginali risultano la maggiore chiarezza sui programmi dei partiti (5%) e la possibilità di impedire la vittoria di un partito non condiviso (1%).
Per facilitare l'interpretazione di questi risultati, gli item della seconda domanda sono stati successivamente riaggregati in alcune dimensioni tematiche, individuando le principali dimensioni sottostanti che accomunano le diverse risposte. Non si tratta di una scala statistica, ma di una classificazione interpretativa costruita sulla base del significato dei singoli elementi.
La prima area, pari al 30%, riguarda la domanda di una politica più credibile e concreta: comprende la richiesta di una leadership più credibile e di proposte capaci di intervenire sui problemi economici e sociali.
La seconda area, anch’essa pari al 30%, riguarda la domanda di un’offerta politica più convincente: comprende la chiarezza dei programmi, una campagna meno conflittuale, una coalizione più convincente, la vicinanza ai propri valori e la capacità del voto di incidere sul risultato politico.
Resta infine una quota del 40% che rappresenta la distanza o sospensione dal voto: il 18% afferma che nulla in particolare potrebbe convincerlo a tornare alle urne, mentre il 22% non sa o non risponde.
Gli incroci con le principali variabili sociopolitiche restituiscono un quadro individuabile: la domanda di credibilità cresce tra gli over 60 (41% contro 30%) e nel Sud e Isole (42% contro 30%); quella di un'offerta più convincente prevale tra i 40-59enni (40% contro 29%) e nel Nord Est (42% contro 29%); i laureati si dividono tra domanda di offerta (41%) e di credibilità (37%). Sull'autocollocazione, sinistra (68%) e centrodestra (56%) chiedono soprattutto credibilità, centrosinistra (76%) e destra (64%) un'offerta più solida; il dato più rilevante riguarda però il centro, in entrambe le sue accezioni: il 63% dei non votanti dell'Italia centrale e il 57% di chi si autocolloca al centro dichiarano una distanza dal voto senza condizioni, la quota più alta registrata in ciascuno dei due incroci, suggerendo una particolare difficoltà di rappresentanza.
Il non voto italiano, insomma, non è più solo protesta contro l'offerta esistente: per una quota crescente e trasversale dell'elettorato è un distacco strutturale, con una difficoltà particolarmente evidente proprio tra gli elettori collocati nelle aree centrali dello spazio politico. Una parte resta raggiungibile con leadership più credibili, programmi più chiari, alleanze più solide; ma colmare il vuoto di chi ha smesso di aspettarsi qualcosa dalla politica sarà, più che vincere le prossime elezioni, la vera sfida per la tenuta della rappresentanza democratica. Il dato più significativo è che la distanza dalle urne non coincide sempre con un rifiuto definitivo: sei non votanti su dieci indicano infatti una condizione che potrebbe, almeno potenzialmente, riattivarne la partecipazione. La sfida per i partiti non riguarda quindi soltanto la conquista degli elettori già orientati, ma anche la capacità di ricostruire un rapporto con una platea crescente di cittadini che non si riconosce più nell’offerta politica attuale.
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