Il Partito Democratico nasce nel 2007 da una convergenza che, semplificando, mette insieme soprattutto due grandi tradizioni della Prima Repubblica: quella postcomunista, passata dal PCI al PDS e poi ai Democratici di Sinistra, e quella cattolico-democratica proveniente dalla sinistra della Democrazia Cristiana e confluita nella Margherita. L’idea originaria era ambiziosa: superare le vecchie appartenenze e costruire un grande partito riformista, a vocazione maggioritaria, capace di rappresentare lavoro, ceti medi, territori e culture politiche differenti. Quasi vent’anni dopo, il PD resta il perno del centrosinistra, ma la sua natura è cambiata: meno partito “onnicomprensivo”, più forza centrale di una coalizione articolata, con una questione ancora aperta sul rapporto con i ceti popolari e con lo spazio moderato che aveva contribuito alla sua nascita.
In questo contesto, AnalisiPolitica ha estratto il sottogruppo dell’elettorato PD, da un sondaggio realizzato su un campione rappresentativo di 1.000 italiani adulti, rilevandone il giudizio su due terreni identitari, il rapporto con i lavoratori e con le periferie. Successivamente, ha verificato l’evoluzione del posizionamento dell’elettore dem negli ultimi dieci anni, sull’asse destra-sinistra, comparando l’ultima rilevazione del 2026 con le omologhe del 2016 e 2021.
Rispetto alla prima domanda sulla rappresentanza sociale, il 66% dell’elettorato PD - 17% “molto” e 49% “abbastanza” - ritiene che il partito rappresenti oggi i lavoratori. La somma dei giudizi negativi è il 32%, uno su tre. Il dato complessivo è positivo, ma non pienamente rassicurante: la rappresentanza viene riconosciuta soprattutto in forma attenuata, attraverso quel 49% che risponde “abbastanza”, e solo un elettore democratico su sei considera molto forte il legame fra il partito ed i lavoratori.
Il fenomeno è ancora più evidente quando si parla di ceti popolari e periferie. Il giudizio positivo sale al 68%, contro il 30% negativo. Ma dentro quel 68% il “molto” si ferma al 3%, mentre il 65% sceglie “abbastanza”. È probabilmente il dato più significativo delle due domande: gli elettori democratici riconoscono al partito una funzione di rappresentanza delle periferie, ma quasi nessuno la percepisce come piena, forte, immediata. È una promozione che, per usare il gergo scolastico, sa tanto di “6 tirato per i capelli”.
Incrociando le due variabili si ricava, sugli aspetti considerati, un indicatore sintetico ancora più utile, che suddivide l’elettorato dem in pienamente soddisfatti e non pienamente o per nulla soddisfatti dalla politica del partito. I primi sono il 61-62%, mentre circa quattro elettori su dieci rientrano tra i non soddisfatti. C’è sicuramente una maggioranza, ma la non soddisfazione interna non è marginale e presenta un profilo preciso.
La frattura generazionale, anzitutto: tra gli over 60 la soddisfazione raggiunge il 71%, mentre tra i 18-39enni si ferma al 50%. Ancora più forte la differenza per titolo di studio. Tra chi possiede la licenza media o un titolo inferiore i soddisfatti sono il 77%; tra i diplomati scendono al 52% e tra i laureati al 49%, dove i non soddisfatti diventano maggioranza, al 51%. Marcata anche la componente territoriale. Nel Nord Ovest i soddisfatti arrivano al 77%; nel Nord Est, al Centro e nel Sud e Isole restano invece tra il 46% e il 48%, con i non soddisfatti in maggioranza.
Infine, l’autocollocazione politica chiarisce un’altra trasformazione. Nel 2016 il 24% degli elettori PD si definiva di sinistra, il 61% di centrosinistra e il 15% di centro. Nel 2021 il centro era già sceso all’8%; nel 2026 arriva appena al 6%. Nello stesso decennio il centrosinistra sale dal 61 al 71%, mentre la sinistra resta sostanzialmente stabile, dal 24 al 23%. Il movimento, quindi, non sembra tanto uno spostamento verso sinistra, quanto una progressiva scomparsa della componente che si riconosceva nel centro. Lo spazio moderato interno al PD si è quasi dimezzato nel primo quinquennio e si è ulteriormente assottigliato dopo, arrivando a diminuire di quasi due terzi rispetto a dieci anni prima.
Il dato è confermato anche dall’indicatore di soddisfazione: tra chi si colloca al centro, il 60% è non soddisfatto della politica del PD; tra gli elettori di centrosinistra i soddisfatti sono invece il 65%.
La fotografia finale è ambivalente. Su tematiche identitarie, il PD di Elly Schlein raccoglie un consenso maggioritario ma non granitico: ampio a parole, tiepido nei fatti, segnato da una concentrazione interna che penalizza proprio l'area moderata. Il partito appare così sempre più nettamente raccolto attorno al proprio baricentro di centrosinistra; parallelamente, si restringe uno spazio di centro che, oltre a ridursi nei numeri, resta anche il più insoddisfatto. Una sfida aperta per una leadership che guarda al campo largo ma deve fare i conti anche con le tensioni del proprio campo, che parrebbe, per così dire, più stretto.
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