29 Novembre 2013



    di Arnaldo Ferrari Nasi

    "And the Oscar goes to... Robbertoo!".

    E' qui l'immagine dell'Italia internazionale, brava e sorridente. In quel gesto american-partenopeo quando Sophia Loren, la notte del 21 marzo 1999, a Los Angeles, annuncia esultante agitando sopra la testa il foglietto con scritto il nome del vincitore dell'Oscar per il miglior film straniero: "La vita è bella", di Roberto Benigni.
    La seguente improvvisata performance dell'attore toscano salito sul palco a ritirare la statuetta ed a ringraziare ha fatto il resto. In un inglese quasi maccheronico, frasi del tipo, descrivendo la propria gioia: "è come se Giove avesse rapito tutti nella sala, portandoli nel firmamento, e facesse l'amore con tutti quanti"; oppure più seriamente: "vorrei anche ringraziare i miei genitori a Vergaio, un piccolo paese in Italia. Mi hanno fatto il regalo più grande, la povertà", hanno reso a tutta l'America e quindi a gran parte del mondo, ancor più conosciuto e ancor più simpatico il comico italiano.

    Con il risultato che Sophia Loren e Roberto Benigni sono forse oggi i nomi più conosciuti di personaggi italiani a livello internazionale. O comunque i più adatti a promuovere l'Italia nel mondo. Così la pensano i nostri circa 1.800 esperti del Panel Turismo ai quali è stato chiesto quale fosse secondo loro il personaggio maschile e femminile più adatto a comunicare il Belpaese come destinazione turistica.

    Non c'è stata storia. La Loren e Benigni si sono posti al comando delle loro rispettive classifiche con notevole distacco sui rispettivi secondi posti. Soprattutto per le donne. La Sophia nazionale ottiene praticamente cinque volte più delle citazioni di Monica Bellucci, che la segue. Poi la Pausini, conosciuta nel mondo per aver vinto premi ed aver effettuato collaborazioni grandi artisti internazionali tra cui Celine Dion, o Barbra Streisand. E poi Levi Montalcini, Ferilli, Carra' e via dicendo. Ognuna con i meriti che le riconosciamo.

    La classifica degli uomini, vede al secondo posto la figura di Leonardo Da Vinci (!), seguito da Alberto Sordi, George Clooney (da tempo vive in Italia), Mastroianni, Bocelli, Pavarotti, eccetera. Tutti nomi forti, inappuntabili, che hanno reso e rendono ancora, grande il nostro Paese.
    Ma a lato, una considerazione: tutti artisti, più uno sportivo ed uno stilista. Solo due scienziati, di cui uno nato 500 anni fa.

    Tavola 1. Qual'è il personaggio maschile che secondo lei risulta più adatto all'estero per comunicare l’Italia come destinazione turistica (max. 2 citazioni)?

    BENIGNI >>> citazioni >>> 129

    DA VINCI 92

    SORDI 74

    CLOONEY 53

    MASTROIANNI 49

    BOCELLI 47

    PAVAROTTI 36

    VERDI 29

    ARMANI 28

    BOVA 27

    ROSSI 25

    FELLINI 25

     

    Tavola 2.

    Qual'è il personaggio femminile che secondo lei risulta più adatto all'estero per comunicare l’Italia come destinazione turistica (max. 2 citazioni)?

    LOREN >>> citazioni >>> 452

    BELLUCCI 95

    PAUSINI 59

    LEVI MONTALCINI 49

    FERILLI 45

    CARRA' 26

    LITTIZZETTO 23

    MADONNA 22

    CUCINOTTA 21

     


    (Fonte: dati Isnart, 2013)

     

    3 Novembre 2013



    di Arnaldo Ferrari Nasi

    I ristoranti italiani nel mondo. Per noi sono i Ristoranti Italiani nel Mondo, i RIM. Ma... come sono? Come ci si mangia? Che atmosfera vi si respira? Sono veramente "italiani"? Isnart da tempo valuta e certifica queste imprese, minuziosamente, proprio su questi aspetti e non solo. Dopo tutta una serie di verifiche su cui ora non ci soffermiamo, viene o non viene conferito il Marchio di Qualità Italiana e viene attribuito un punteggio che arriva sino a cento e non può essere inferiore a cinquanta.

    Abbiamo deciso di mettere a confronto il punteggio del Marchio con quelli di due dei principali siti di recensioni on-line per ristoranti: nello specifico Zagat e Tripadvisor.

    Anzitutto si sono dovuti normalizzare, cioè uniformare, i diversi punteggi.
    Zagat valuta i ristoranti dell'aspetto del cibo, dell'arredamento e del servizio con un punteggio 0-30. Tripadvisor propone un rating a stelle (1-5) medio e, quando espressi,  quelli specifici sui diversi aspetti del locale.
    La filosofia che sta alla base delle valutazioni dei due siti è profondamente diversa. Zagat utilizza un sistema di raccolta delle informazioni sui ristoranti simile ad una classica survey, successivamente elabora i risultati ed la redazione pubblica la sua valutazione in base ad essi. Un metodo che definiremmo quali-quantitativo. Tripadvisor lascia totale libertà agli utenti; ognuno può scrivere e lasciare la propria opinione. In questo modo è possibile che ci siano recensioni fake, falsate, ma sul grande numero i loro effetti vengono minimizzati e, ad una lettura più attenta dei tread, non è difficile individuarle. Un metodo quantitativo. Isnart segue un altro metodo ancora. Molto rigoroso, qualitativo. Sulla base di un preciso protocollare definito "Qualità Italiana", sviluppato con l'ausilio di diversi esperti, un delegato della Camera di Commercio locale rileva fatti e scatta foto. Poi
    li inserisce in Internet, secondo un preciso formato standardizzato e, dopo un controllo formale,  nove commissari, tutti italiani, verificano - ove del caso richiedono approfondimenti - ed assegnano il punteggio finale.
    Oltre alla normalizzazione delle scale di valutazione, si è effettuata una selezione ad esclusione dei punteggi bassi e, solo per Tripadvisor, del numero di recensioni ottenute dal singolo ristorante. Si è dunque giunti ad avere, per struttura, tre punteggi 50-100.

    Il nostro test ha coinvolto i ristoranti italiani dell'area di Manhattan, New York City, USA, che hanno ottenuto il Marchio di Qualità Italiana nel 2013/2014, si tratta di 93 strutture.

    E' da dire che non di tutti i ristoranti che hanno ottenuto il Marchio si ritrovano le recensioni nei due siti considerati. Non si pensi che ciò sia dovuto al cleaning dei dati perché esso riguarda i locali di fascia bassa che certamente non possono entrare nella classifica Isnart.
    Nello specifico le recensioni di Zagat coprono il 75% dei locali certificati considerati, mentre quelle di Tripadvisor solo il 57%.

    Per maggiore intelligibilità sono stati poi stati creati, per ogni scala, quattro segmenti di fascia. Questi segmenti sono stati messi a confronto: Il punteggio del Marchio e di Zagat convergono nel 31% dei casi; quelle di Tripadvisor e del Marchio nel 28%.

    Non è il risultato perfetto; ma non è neanche poco. Si ricordi comunque però che già questi ristoranti che abbiamo preso in considerazione sono stati selezionato in tutte e tre le classifiche, quelli con i punteggi più alti. Il bacino è quello dei ristoranti migliori, al di là dello specifico punteggio. Se infatti si passa ad un livello di segmentazione meno articolato, a due fasce questo aspetto risulta più evidente. Ad esempio, nella prima categoria di Isnart, troviamo l'80% dei ristoranti di Zagat e il 56% di quelli di Tripadvisor.

    In conclusione. Dei tre sistemi di valutazione, quelli che paiono portare ai risultati che meglio convergono sono l'Ospitalità Italiana e Zagat. Li accomuna la metodologia qualitativa, quindi un maggior approfondimento nel giudizio. Le valutazioni di Tripadvisor, fatte le opportune selezioni, si discostano, ma non poi di tanto. Come già ricordato, davanti alle recensioni degli utenti "bisogna saper leggere tra le righe".
    Certamente i punteggi, che sono stati selezionati verso l'alto, oltre i singoli valori, offrono un buon panorama comune di ristoranti di cui fidarsi. Il più selettivo dei tre, in ultima analisi, pare essere il Marchio dell'Ospitalità Italiana.
    Anche grazie al confronto con questi due famosi siti di recensioni, quindi, parlando di un ristorante dell'Ospitalità Italiana, si sarà sicuri di poter rispondere, a chi lo chiede:
    "Come ci si mangia?", bene; "che atmosfera vi si respira?", bella; "sono veramente "italiani"?", sì.


    (Fonte: dati Isnart, 2013)

     

    2 Settembre 2013



    di Arnaldo Ferrari Nasi

    In termini generali la “valorizzazione” di un bene indica un miglioramento della posizione complessiva sul proprio mercato, ovvero l’aumento dei redditi netti conseguiti dal produttore in conseguenza dell’aumento dei prezzi di vendita del prodotto e/o del volume di vendite.
    Detto così è un po’ freddo e anche parziale. Proviamo ad estenderne il significato pensando a tutto l’insieme di strumenti volti a perseguire l’obiettivo generale dell’aumento del valore del bene, e le alle attività che consentono il loro raggiungimento. Ad esempio, la definizione e l’innalzamento della qualità del prodotto. Oppure il miglioramento della percezione complessiva della qualità del prodotto da parte del consumatore anche mediante l’impiego di strumenti di garanzia della qualità e di comunicazione.
    Una buona sintesi può essere la seguente. La valorizzazione di un prodotto è un insieme di attività, tanto di tipo strategico che operativo, orientate a migliorare la creazione di valore del prodotto agendo su due diversi fronti: quello dell’attribuzione del valore da parte del consumatore e della società, e quello dell’efficacia dei processi di produzione da parte del sistema delle imprese (Belletti, 2006).

    Il ristorante, così come il Ristorante Italiano nel Mondo, è parte della catena di valorizzazione del prodotto. Sia nel momento dell’acquisto di un prodotto “valorizzato”, ma soprattutto nel momento della distribuzione, comunicazione e vendita al consumatore finale. Lavora soprattutto su quel fronte che abbiamo definito come quello “dell’attribuzione del valore da parte del consumatore e della società”. Nel momento in cui offre al cliente un piatto realizzato con prodotti italiani tipici di qualità, ne comunica al cliente il legame con il territorio; l’unicità delle risorse specifiche e del processo produttivo; il legame con la comunità locale di provenienza e con la collettività dei produttori di quella zona.
    Insomma, ancora una volta il ristoratore italiano nel mondo assume il suo ruolo di ambasciatore. E non gli ci vuole la marsina, ma solo il basilico di Pra’ o la burrata d’Andria o il lardo di Colonnata.

    Abbiamo chiesto ai “nostri” ristoratori italiani nel mondo se e quali tra alcune iniziative di valorizzazione relative all’origine dei prodotti venissero messe in pratica nelle loro attività.
    A parer nostro i risultati sono stati inferiori alle attese.
    L’84%, quindi neanche la totalità, informa i camerieri in modo da poter dare spiegazioni a voce. Solo il 36% scrive sul menù l’origine della materia prima. Quote che non superano il 20-25% organizzano degustazioni apposite, serate a tema o semplicemente redigono materiale aggiuntivo che fornisca informazioni più dettagliate.
    Eppure sono tutti consci che il ruolo dei prodotti tipici sia una importante chiave per il successo di un ristorante italiano all’estero: trasmettendo un’immagine di genuinità e autenticità (32%); ribadendo l’identità del ristorante e della sua cucina (31%) e permettendo di distinguersi dai ristoranti pseudo-italiani (14%).

    Se i ristoratori conoscono e riconoscono l’importanza della valorizzazione, perché, come visto, la mettono in pratica in modo poco adeguato? Forse perché il ristoratore fa il ristoratore e non il comunicatore! Ovvero, potrebbe essere utile insegnargli qualche tecnica e dargli qualche strumento in più. In più di un caso, nelle nostre ricerche, abbiamo rilevato proprio l’esigenza di un aiuto funzionale ai Rim e la sollecitazione di essi stessi nei confronti della madrepatria.

    Allora aiutiamoli: loro lo sanno che la valorizzazione è la miglior lotta alla contraffazione.


    Tavola 1.
    Quale si queste iniziative di valorizzazione dell’origine del prodotto che lei utilizza vengono attuate nel suo ristorante?

     

    Tavola 2.
    Nell’ambito della valorizzazione dell’italianità del servizio che offre, lei collabora con associazioni, consorzi, istituzioni, altri operatori che si occupano di diffondere i prodotti tipici italiani nel Paese in cui opera? Realizza/partecipa ad iniziative tipo queste che elenchiamo?

     


    Tavola 3.

    Parliamo del ruolo dei prodotti tipici sul posizionamento del suo ristorante sul mercato (o più semplicemente, del ruolo dei prodotti tipici sulla notorietà ed immagine del ristorante sul territorio)
    Su un mercato globalizzato e saturo di informazioni, crede che la tipicità sia la chiave del successo del suo ristorante?

     


    (Fonte: dati Isnart, 2013)

     

    2 Febbraio 2013



    di Arnaldo Ferrari Nasi

    Solo il 27% dei ristoratori italiani all’estero tornerebbe in patria a lavorare. Appena più di un quarto di chi è partito.
    Questo è quanto emerge dall’ultima indagine effettuata da Isnart su un campione di circa 150 ristoratori italiani nel mondo a cui, anzitutto, è stato chiesto se ed in quale modo avessero lavorato in Italia nel campo della ristorazione.

    Tavola 1.
    Ha mai lavorato in Italia nel settore della ristorazione?

     

     

    I risultati ci dicono che il 44% era dipendente ed il 10% imprenditore, cioè titolare. Nel 14% dei casi, invece, l’intervistato ci ha detto di aver avuto entrambe le esperienze. E’ interessante comprendere anche come il 32%, cioè un terzo del campione in Italia non lavorasse nella ristorazione. Questo dato sembra ribadire ancora una volta le possibilità di assorbimento che questo settore ha ancora oggi in un contesto di crisi economica come quello attuale.


    Chi ha lavorato sia in Italia che fuori, ha riscontrato comunque sensibili differenze tra le due esperienze. Essenzialmente in favore dell’estero.


    Tavola 2.
    (A chi risponde sì)  Ha notato sensibili differenze rispetto al paese in cui è ora?

     

     

    Principalmente per la burocrazia, l’84% la reputa migliore nel paese dove ora è stabilito. Allo stesso modo il costi generali dell’attività (76%) e quelli specifici del lavoro (72%). Addirittura anche per gli “eventuali aiuti delle istituzioni anche locali per aprire un’impresa“ (72%).
    L’Italia vince solo in un caso, quello della preparazione e della professionalità del personale. Vince ma non stravince; infatti a favore del Belpaese c’è il 63% degli intervistati, mentre a favore della situazione estera resta comunque un 34%.

    Si diceva che solo poco più di un quarto sarebbero tornati in Italia a lavorare. Con essi ci sono anche quelli che tornerebbero, ma solo se fossero in pensione o comunque non dovessero lavorare, il 34%. Mentre il 25%, resta indeciso.
    Di sicuro c’è che la non trascurabile quota del 14%, vuole restare all’estero.


    Tavola 3.
    (a chi ha lavorato in Italia) In generale, lei tornerebbe a vivere in Italia?

     

     

    Abbiamo infine chiesto proprio a coloro che vorrebbero tornare di rispondere liberamente su cosa a loro manca e cosa vorrebbero ritrovare in Italia, nella loro città, tra dieci o vent’anni. Di risposte tipo “’o Vesuvio” e “ma se ghe penso”, per fortuna, ce ne sono state poche. Naturalmente un po’ di nostalgia, ma il tono generale è stato:“una burocrazia semplificata e basta il clientelismo il gioco delle conoscenze anche per ottenere un normale diritto”; “una struttura pubblica locale efficiente e preparata a venire incontro alle esigenze sempre maggiori da parte di imprenditori e dipendenti”; “meno interferenza dei sindacati che sono troppo invasivi”; “più libertà di decidere gli orari di lavoro”. Si tratta di imprenditori.


     


    (Fonte: dati Isnart, 2013)

     

     

    2 Gennaio 2013



    di Arnaldo Ferrari Nasi

    Il ristorante italiano nel mondo è una risorsa non solo per l’imprenditore, gli addetti e la micro-economia che vi gira attorno. Lo è in modo diretto (e non indiretto) per la stessa Italia. Anzi, per essere precisi, la risorsa è in realtà una doppia risorsa, poiché vi è una valenza simbolica, emblematica, ed un’altra legata agli aspetti più pragmatici, commerciali.

    Si parta da un assunto. Nove imprenditori su dieci, quando parliamo di ristorazione italiana all’estero, si sentono così legati alla madrepatria da definirsi come un “nuovo ambasciatore d’Italia”.

     

    Tavola 1.

    Affrontiamo ora un argomento importante.

    Diverse persone qui in Italia vi considerano i “nuovi ambasciatori d’Italia” nel paese che vi ospita. Lei, grazie alla sua attività, direbbe di sentirsi un “nuovo ambasciatore d’Italia”?

     

     

    Ma cosa significa “essere ambasciatore”, cosa significa nella pratica? Lo abbiamo chiesto a nostri 150 panelisti che ci hanno dato quel riscontro, che appunto, ci ha fatto comprendere come coesistano aspetti simbolici ed aspetti pragmatici.

     

    Tavola 2.

    (a chi risponde “molto o abbastanza o poco”)

    E nella pratica, cosa si sentirebbe di fare da “ambasciatore”? Le porgo alcuni esempi concreti, ci indichi quelli che farebbe.

     

    Esemplificativa in questo senso la risposta che ottiene maggior frequenza (56%): “festeggiare feste nazionali Italiane con serate a tema coordinate con l’Italia”.

    Qui a prevalere è l’aspetto legato al simbolo, ma non è secondario anche quello pratico, proprio nell’aspetto nella volontà dell’organizzazione congiunta.

    Il secondo item in termini di importanza, “promuovere pacchetti turistici strutturati” mostra tutta la potenzialità commerciale di quanto si stava dicendo; mentre il terzo “esporre in modo ufficiale la bandiera” è invece del tutto legato alla visione ideale.

    Circa otto ristoranti su dieci, già sono attivi nel vendere prodotti alimentari italiani, Di questi più della metà lo fanno in maniera continuativa ed organizzata.

    Allo stesso modo circa un terzo degli interpellati vende anche pacchetti turistici per l’Italia, ma solo in misura minore al 10% lo fa in modo strutturato, e il 20% vende altri prodotti simbolo quale la moda italiana.

     

    Tavola 3.

    Lei, nel suo locale, oltre alla sua principale attività di ristoratore, si è organizzato per vendere anche altri prodotti italiani?

     

    Escludendo coloro che si sono già attrezzati per la vendita continuativa di prodotti ai clienti, abbiamo chiesto agli altri se fossero anche loro disposti a farlo ed in modo strutturato. Ad esempio dopo aver selezionato prodotti agroalimentari e vacanze tra un paniere certificato. Ebbene la risposta è stata molto confortante, con circa tre quarti di ristoratori favorevoli (un terzo di questi sicuri di poterlo fare).

     

    Tavola 4.

    (solo a chi ha risposto alla “2” o “3” alla precedente)

    In generale, in termini sintetici, lei con il suo ristorante “vende Italia”. Ma sarebbe disposto a farlo in modo più strutturato?

    Ad esempio dopo aver selezionato prodotti agroalimentari e vacanze tra un paniere certificato, potrebbe proporli direttamente ai suoi clienti?

     

    Allora, molto semplicemente facendo la somma tra coloro che già vendono e coloro che sicuramente venderebbero, si può affermare che l’Italia potrebbe godere da subito di una rete composta dal praticamente tre quarti dei ristoranti italiani nel mondo che potrebbero fungere da rete commerciale capillarmente diffusa, se solo la si volesse strutturare.

    Un esempio: sarebbero 1.300 i ristoranti sparsi su 43 nazioni estere con cui le Camere oggi sono già in stretto contatto grazie al sistema di certificazione, con cui poter effettuare questa operazione da subito.

     

    Questo, per esempio, potrebbero un piccolo ma intelligente contributo, a basso costo e ad alta efficienza, nell’affrontare la sfida economica dell’oggi e del domani.


    (Fonte: dati Isnart, 2013)

     

    2 Dicembre 2012



    di Arnaldo Ferrari Nasi

    Abbiamo chiesto al nostro panel di intervistati durante le ultime rilevazioni dell’anno, di esprimersi sull’aspetto “topico” del Natale e del Capodanno. Gli orientamenti che emergono sono piuttosto netti e significativi.

    La famiglia risulta il tema assolutamente centrale del Natale: per ben il 59% del campione, il “ritrovarsi in famiglia” rappresenta l’aspetto che non può mancare.

    Crolla, invece, l’idea consumistica della Festività, dato che “I regali sotto l’albero” sono l’aspetto qualificante per solo il 6,3% delle persone; ma è anche bassa la sensibilità verso la componente più religiosa,  poiché meno del 5% indica  “la Messa di mezzanotte” come componente principale del Natale


    In ultimo due domande sulle prossime festività natalizie. Natale non è “Natale” se manca:


    Nonostante la limitata attenzione verso il rito religioso, rimane relativamente alta l’associazione tra Natale e fratellanza: “un’azione buona per i meno fortunati” è con oltre il 15% delle risposte al secondo posto tra le opzioni scelte. Fa però riflettere la notevole distanza dal tema della “famiglia” al primo posto (34 punti percentuali), indicatore del divario tra una visione del Natale comunque centrata su se stessi rispetto a quella orientata “all’altro” (meno fortunato).

    Il segnale negativo verso i consumi rilevato in precedenza è, in parte mitigato dal 10,2% di risposte che mette al primo posto la componente enogastronomica, segnalando “il cenone del 24 o il pranzo del 25”. Niente da fare, invece, per il turismo, considerato che “un bel viaggio verso i mari caldi o le vette innevate” è il tema imprescindibile del Natale solo per l’1% del campione.

    Gli orientamenti relativi al Capodanno offrono segnali altrettanto chiari. Al primo posto (con un terzo delle risposte) c’è il “momento dei buoni propositi”: l’inizio del nuovo anno come desiderio di lasciarsi indietro tante cose che non vanno, e avviare una fase nuova, a livello personale e probabilmente non solo. Forse mai prima d’ora, questa giornata è vissuta da così tanti come un momento di riflessione e di (auspicato) cambiamento. Del resto sono solo poco più del 20% quelli che indicano la tradizionale “grande festa pazza con gli amici”, per altro superati dal “ritrovarsi in famiglia” che arriva a quasi il 21%.

    Capodanno non è “Capodanno” se manca:


    L’equilibrio tra le due visioni del Capodanno si ritrova nelle preferenze riscosse da altre due opzioni “minori”: “i fuochi d’artificio” da un lato e “una passeggiata nella città vuota l’1 mattina” dall’altro che ottengono entrambi l’8% delle indicazioni,

    L’emergere di una “grande moderazione” è ulteriormente confermata dalle bassissime percentuali riscosse da altri due temi tipici del Capodanno: spese effimere e viaggi; “Champagne a fiumi” e “un bel viaggio verso i mari caldi o le vette innevate” ottengono insieme, meno del 10% delle risposte.

    Le due “cartoline” insieme evidenziano orientamenti molto chiari e chiaramente segnali del tempo in cui ci troviamo: assoluta centralità della famiglia; crollo dei consumi, soprattutto quelli non strettamente utili (compresi i viaggi in altissima stagione); voglia di un” nuovo” migliore. Non è poi così male; auguri!


    (Fonte: dati Isnart, 2012)

     

     

    Sottocategorie

    queste sono le notizie per tutti gli utenti, registrati e non

    Queste sono le notizie per tutti gli utenti, registrati e non, sul tema del Turismo

    © 2009 AnalisiPolitica
    Rivista mensile di ricerca e comunicazione politica
    P. Iva 04359100965

    Please publish modules in offcanvas position.