Caccia ai Libertari

    18 Febbraio 2013



    di Arnaldo Ferrari Nasi e Riccardo Rudelli

    Gli elettori essenzialmente si dividono in due categorie. I fedeli, se non al singolo partito, all’area politica di riferimento in cui valutano l’offerta politica dei diversi soggetti che la compongono. Gli infedeli, quelli che, a seconda delle diverse situazioni economico-politico-sociali dell’anno in cui avviene l’elezione, possono invece votare a destra o a sinistra. Fondamentalmente sono uno degli aghi della bilancia (non ve ne è solo uno) che danno la vittoria all’una o all’altra parte.
    Un esempio tipico sono la parte di coloro che nei sondaggi si dichiarano politicamente attenti su certi aspetti, ma indecisi sul partito da votare. Ma ve ne sono altri, a noi oggi interessano i “Libertari”.
    Chi sono i Libertari?

    Sono una “cosa” che hanno scoperto gli americani, o meglio, le think thank americane.
    Esiste un segmento di elettori che può orientarsi verso candidati o partiti sia di destra che di sinistra perché capace di superare la distinzione destra/sinistra - nonostante esso rimanga il principale modello col quale i cittadini si definiscono - quando parlano e giudicano la politica.
    Questo fenomeno può accadere a seconda che partiti e candidati siano capaci e convincano tali elettori che sia più utile per loro privilegiare la loro parte di sinistra (la convinzione che i diritti civili e le libertà sociali siano un fattore di sviluppo della società) o la loro parte di destra (la certezza che l’intervento dello Stato nell’economia pubblica produce più danni che benefici collettivi).
    Sono elettori “schizofrenici”. Sono i Libertarians, sono coloro che contemporaneamente si definiscono fiscally conservative e socially liberal.
    Esiste anche in Italia una quota di persone sensibili sia alle libertà economiche che alle libertà individuali?
    Sì e non trascurabile. Oggi, con l’indurirsi della crisi i Libertari sono leggermente meno, ma mediamente nel nostro paese si registra una forbice che varia tra il 7% e il 13% della popolazione adulta. Di certo non come negli Stati Uniti, dove si toccano massimi sul 26%, ma si tratta pur sempre di tre-sei milioni di voti.

    I Libertarians italiani sono essenzialmente un target trasversale sul piano demografico, sociale e anche politico.
    Sono maggiormente presenti fra i maschi e nelle fasce più giovani di età, ma questo è l’unico dato che in parte li denota. Per intenderci: non hanno la caratteristica di essere particolarmente istruiti, non esercitano professioni autonome più di quelle subordinate, non risiedono in zone specifiche dell’Italia e, solo di poco, hanno un senso della religione inferiore alla media nazionale.
    Seguendo gli schieramenti tradizionali, si concentrano maggiormente nel bacino di centrodestra. Questo significa che al momento, sulla loro bilancia, pesa di più l’attenzione alle libertà economiche rispetto a quelle sociali.
    Anche nel centrosinistra, comunque, sono presenti. Marcano molto la differenza tra Sel ed il Pd. Percentualmente nel partito di Bersani i Libertari sono solo un quarto di quelli del partito di Vendola.

    Ormai siamo agli sgoccioli di una campagna elettorale in cui i più hanno cercato di conquistare i voti degli indecisi.
    Gli analisti del consenso elettorale, al contrario, sapevano che se da un lato questi voti sono per la maggior parte già allocati in quello che diverrà il voto di appartenenza, dall’altro il non-voto antipolitico e anti-ideologico (quello vero) non potrà certo essere recuperato.
    I Libertari, invece, sono persone politicamente attive in senso elettorale: votano, ma il loro voto non è blindato.
    Ecco chi si sarebbe dovuto cercare di raggiungere: quei sei milioni di cittadini che cercano un partito e un leader capaci di conciliare dinamismo economico e tolleranza sociale.

     

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