AnalisiTurismo - Ristoratori italiani all’estero: il 27 per cento tornerebbe in Italia

    2 Febbraio 2013



    di Arnaldo Ferrari Nasi

    Solo il 27% dei ristoratori italiani all’estero tornerebbe in patria a lavorare. Appena più di un quarto di chi è partito.
    Questo è quanto emerge dall’ultima indagine effettuata da Isnart su un campione di circa 150 ristoratori italiani nel mondo a cui, anzitutto, è stato chiesto se ed in quale modo avessero lavorato in Italia nel campo della ristorazione.

    Tavola 1.
    Ha mai lavorato in Italia nel settore della ristorazione?

     

     

    I risultati ci dicono che il 44% era dipendente ed il 10% imprenditore, cioè titolare. Nel 14% dei casi, invece, l’intervistato ci ha detto di aver avuto entrambe le esperienze. E’ interessante comprendere anche come il 32%, cioè un terzo del campione in Italia non lavorasse nella ristorazione. Questo dato sembra ribadire ancora una volta le possibilità di assorbimento che questo settore ha ancora oggi in un contesto di crisi economica come quello attuale.


    Chi ha lavorato sia in Italia che fuori, ha riscontrato comunque sensibili differenze tra le due esperienze. Essenzialmente in favore dell’estero.


    Tavola 2.
    (A chi risponde sì)  Ha notato sensibili differenze rispetto al paese in cui è ora?

     

     

    Principalmente per la burocrazia, l’84% la reputa migliore nel paese dove ora è stabilito. Allo stesso modo il costi generali dell’attività (76%) e quelli specifici del lavoro (72%). Addirittura anche per gli “eventuali aiuti delle istituzioni anche locali per aprire un’impresa“ (72%).
    L’Italia vince solo in un caso, quello della preparazione e della professionalità del personale. Vince ma non stravince; infatti a favore del Belpaese c’è il 63% degli intervistati, mentre a favore della situazione estera resta comunque un 34%.

    Si diceva che solo poco più di un quarto sarebbero tornati in Italia a lavorare. Con essi ci sono anche quelli che tornerebbero, ma solo se fossero in pensione o comunque non dovessero lavorare, il 34%. Mentre il 25%, resta indeciso.
    Di sicuro c’è che la non trascurabile quota del 14%, vuole restare all’estero.


    Tavola 3.
    (a chi ha lavorato in Italia) In generale, lei tornerebbe a vivere in Italia?

     

     

    Abbiamo infine chiesto proprio a coloro che vorrebbero tornare di rispondere liberamente su cosa a loro manca e cosa vorrebbero ritrovare in Italia, nella loro città, tra dieci o vent’anni. Di risposte tipo “’o Vesuvio” e “ma se ghe penso”, per fortuna, ce ne sono state poche. Naturalmente un po’ di nostalgia, ma il tono generale è stato:“una burocrazia semplificata e basta il clientelismo il gioco delle conoscenze anche per ottenere un normale diritto”; “una struttura pubblica locale efficiente e preparata a venire incontro alle esigenze sempre maggiori da parte di imprenditori e dipendenti”; “meno interferenza dei sindacati che sono troppo invasivi”; “più libertà di decidere gli orari di lavoro”. Si tratta di imprenditori.


     


    (Fonte: dati Isnart, 2013)

     

     

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