6 maggio 2015

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    2 Giugno 2013



    di Arnaldo Ferrari Nasi

    Tutti ricordano quando, nei primi giorni di maggio, dal Quirinale venne annunciato che in considerazione delle esigenze di contenimento della spesa, la Festa della Repubblica del 2 giugno 2013 sarebbe stata celebrata sulla linea di una certa sobrietà. Il Presidente Napolitano, cancellato il tradizionale ricevimento di autorità, società civile e ambasciatori, si sarebbe limitato a tenere il suo discorso in Tv agli italiani e a partecipare alla parata militare ai Fori Imperiali.
    Seguirono immediate le polemiche politiche. Se da sinistra arrivarono richieste per una cancellazione totale dell’evento, alcuni, da destra gridarono allo scandalo come se si volesse cancellare la ricorrenza.
    Facezie, in confronto a quello che accade veramente alle nostre Forze Armate.
    Già in deficit di uomini e mezzi a causa dei tagli operati negli scorsi anni, Esercito, Marina ed Aeronautica sono oggi, con l’attuazione dell’ultima spending review, costrette a ridurre il proprio organico da 190.000 a 170.000 unità nell’arco di un triennio. A detta di molti esperti, ben al di sotto di quanto viene richiesto da un efficiente “Modello Professionale” di Forza Armata.

    L’efficienza, l’affidabilità dello strumento militare di una nazione, non è una cosa, i cui i cittadini, non abbiano chiara l’importanza.
    Nonostante il periodo di massima crisi economica, nonostante qualsiasi tipo di spesa in questo settore possa sembrare lontana dalle necessità contingenti, oggi ben due italiani su tre ritengono una priorità per qualsiasi governo il perseguire la corretta funzionalità ed operatività delle proprie Forze Armate.
    Se in tutto il centrodestra questo è un discorso molto sentito, si va dal 73% dei centristi all’80% dei più a destra, nel centrosinistra sono un po’ meno “caldi”. Ma con significative differenze. Nel Pd, ad esempio il valore non è poi così basso, 64%, poco sotto la media. E’, invece, nel Movimento 5 Stelle (45%) e nella sinistra più marcata (39%) che il valore si abbassa sensibilmente. Anche se siamo ben lontani da opposizioni plebiscitarie, se si pensa che due su cinque sono comunque favorevoli.

    “La guerra non è che la continuazione della politica con altri mezzi”, scriveva Carl von Clausewitz nel 1832.
    Con i dovuti distinguo è probabile che le dinamiche alla base di questa affermazione possano essere ritenute valide ancora oggi. La “prestanza militare” di uno stato, certo insieme alle sue capacità economiche e alle sue abilità politico-diplomatiche, sono uno dei fattori che ne determinano il prestigio a livello internazionale. Almeno così percepisce la gente: in Italia chi sostiene che “un paese debole a livello militare sarà sempre poco rispettato a livello internazionale” è maggioranza nella popolazione (54%). Il dato cresce di dodici punti percentuali dall’ultima rilevazione ed è interessante vedere chi più degli altri ha cambiato idea in proposito. Sono i giovani tra i 18 ed i 35 anni, trasversali ai partiti: una questione generazionale, non politica.
    Potrebbero essere stati casi come quello dell’intervento unilaterale francese in Libia nel 2011 e ancor più quello dei Marò in India, ancora irrisolto dopo quindici mesi, ad aver inciso sul giudizio di tanti giovani italiani.

    La gente, dunque, ritiene che per l’Italia avere un apparato militare efficiente sia un dovere e che esso possa contribuire a conferirle il necessario rispetto sul piano internazionale. A ciò aggiungiamo che la grande maggioranza del Paese (59%, ottobre 2012) ne ricorda l’importanza dell’industria per le possibilità di lavoro che rappresenta.
    Un quadro abbastanza chiaro, che può aiutare a dare un corretto indirizzo alle prossime azioni della politica.

    TAVOLA 1.
    Può dirmi se e’ d’accordo o non d’accordo con questa frase che abbiamo Puo` dirci se e` molto, abbastanza, poco, per nulla d`accordo con questa affermazione?
    “Avere delle Forze Armate efficienti e affidabili e` una priorita` per qualsiasi governo”

     

    TAVOLA 2.
    Può dirmi se e’ d’accordo o non d’accordo con questa frase che abbiamo Puo` dirci se e` molto, abbastanza, poco, per nulla d`accordo con questa affermazione?
    “Un paese debole a livello militare sarà sempre poco rispettato a livello internazionale”.

     

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    31 Maggio 2013



    di Arnaldo Ferrari Nasi

    Il finanziamento pubblico venne introdotto in Italia a metà degli anni ’70 con l’idea di dotare i partiti politici di una fonte indipendente di sostentamento economico per le loro strutture interne. Ciò avrebbe rassicurato la pubblica opinione, che nel periodo precedente, aveva visto grandi scandali di tipo collusivo/corruttivo con protagonisti la politica stessa ed grandi interessi economici.
    Quella tesi non sembrò convincere del tutto la popolazione.
    Ad esempio nel 1978 si tenne un primo referendum abrogativo in cui l’elettorato si divise, con il “sì” che raggiunse il 44% mentre praticamente tutti i partiti davano indicazioni per il “no”.
    Nel 1993, poi, dopo gli scandali venuti alla luce con Mani Pulite, i Radicali promossero un altro referendum che vide il 90% dei votanti optare per l’abrogazione. Il finanziamento pubblico ai partiti, invece, nella sostanza continuò, poiché il Parlamento introdusse i “rimborsi elettorali”.
    Nel 2000 i Radicali ritentarono con un altro referendum, che però non raggiunse il quorum lasciando, così, la situazione immutata.

    Ed eccoci ai giorni nostri. Con un'altra tornata di scandali che ha coinvolto praticamente tutti i partiti della scorsa legislatura.

    Oggi è Beppe Grillo che platealmente con il suo movimento rifiuta ogni tipo di rimborso, sostenendo che la politica si può fare comunque, anche senza soldi. Nella realtà, proprio nel Movimento 5 Stelle ci sono stati alcuni problemi tra i neo-parlamentari che si sono trovati ad affrontare gli alti costi di Roma.
    In ogni caso, da oggi, il governo Letta parrebbe essersi adeguato.

    Ma la politica costa. Gli italiani lo sanno, perché sebbene in questo periodo di rifiuto verso qualsiasi tipo di vantaggio per la “casta”, sono, sul tema del finanziamento, divisi in due. Con una piccola maggioranza per mantenerlo (diminuendolo).
    Se per il 45%  “bisogna abolirlo del tutto e basta, si può fare politica lo stesso”; per il 54% “bisogna ridurlo molto e controllarlo, ma lasciarne una parte, perché altrimenti la politica la fanno solo i ricchi o i gruppi di potenti”.

    Non vi sono grandi differenze di tipo sociale tra chi ha un’opinione e chi ne ha un’altra. L’unica cosa che si nota è che a favore della totale abolizione sono le persone più istruire, mentre le altre preferirebbero una riduzione ed un più severo controllo.
    A livello politico vi è una tendenza maggiore alla cancellazione nel centrodestra, mentre nel centrosinistra si preferisce un semplice, per quanto sensibile, decurtamento. Se guardiamo all’interno dei singoli elettorati, la differenza è ancora più evidente. Sono il Pd e Scelta Civica, entrambi al 70%, che più di tutti vogliono mantenere il finanziamento. E proprio come i loro parlamentari, gli elettori grillini sono anch’essi dibattuti. Solo il 58% vuole l’abolizione tout-court, mentre il 41% lo vorrebbe mantenere.
    Infine, occorre dire che, il nostro sondaggio non sarebbe del tutto corretto, perché tra le possibilità di risposta non è stato previsto il “bisogna lasciare il finanziamento è come ora” o, addirittura, “aumentarlo”. Ma visto quel che succede, non volevamo fare arrabbiare gli intervistati.

    TAVOLA 1.
    Sulla questione del finanziamento pubblico ai partiti, la gente ha due principali opinioni. Lei a quale delle due si sente più vicino?

     

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    METODOLOGIA

    Universo                      popolazione italiana adulta
    Campione                    rappresentativo, 600 casi
    Realizzazione                Ferrari Nasi & Associati, Milano
    Rilevazione                  15-17 aprile 2013
    Scheda completa         www.sondaggipoliticoelettorali.it

    26 Maggio 2013



    di Arnaldo Ferrari Nasi

    Qual è stato il filo conduttore, il tema che ci ha accompagnato tutti i giorni da almeno un paio d’anni a questa parte? L’antipolitica? Non a tal punto. La voglia di una politica nuova ed onesta? Di più. L’Europa? Sì.
    L’Europa ci osserva, l’Europa ci manda una lettera, l’Europa ci manda la troika, l’Europa non vuole più Berlusconi, l’Europa è contenta di Monti, l’Europa ci ammazza di tasse, l’Europa ci blocca la crescita, bisogna rivedere gli accordi con l’Europa e, dopo il voto,  l’Europa dice che hanno vinto due pagliacci.

    Forse è un caso, ma sembra che ancora l’Europa sia quella ad aver decretato i vinti e i vincitori dell’ultimo turno elettorale.
    Toni diversi ma stesso concetto per i due che hanno vinto le elezioni. Grillo voleva azzerare e rivedere tutti i trattati in essere; Berlusconi pensava che occorresse “battere i pugni sul tavolo di Bruxelles”.
    Toni diversi e stesso concetto per i due che le hanno perse. La percepita emanazione della Merkel, Monti ed il prono Bersani, oggi pure uscito di scena.

    Gli stessi Italiani sono consci di quanto sia importante l’Europa nella loro vita. L’ultimo rapporto Eurobarometro, pubblicato nel Febbraio 2013, indica come siano proprio essi coloro che più di tutti dicano di aver chiaro il significato di “essere cittadino dell’Unione Europea”. 

    TAVOLA 1.
    Percentuale di coloro che ritengono di conoscere il significato di “cittadinanza dell’Unione Europea”.


    20 Maggio 2013



    di Arnaldo Ferrari Nasi

    I brandelli sparsi della destra italiana stanno legittimamente cercando di ricostituirsi in un qualcosa di unitario. Ciò potrebbe ambire a riportare un certo tipo di esperienza nel panorama politico odierno, che, di quell’ambito, può oggi verificare solo la scomparsa.
    Non sarà certo il misero 1,9% ottenuto da Fratelli d’Italia alle ultime elezioni, valore che per di più attualmente i sondaggi danno nettamente diminuito, a soddisfare la coscienza di stava in un partito che per vent’anni si è aggirato sul 12-14% e che ha espresso alte cariche istituzionali. Per gli altri eredi di Alleanza Nazionale, poi, la situazione è ancora peggiore. Come anche rilevato da più esponenti, le liste del Pdl sono state “etnicamente” ripulite, per cui a parte qualche peso massimo come Gasparri o Matteoli, non vi sono eletti ex-An tra gli Azzurri. Fini e Fli sono fuori dal Parlamento; allo stesso modo La Destra di Storace e FareItalia di Urso.
    Alcuni giorni fa è uscito un mio studio relativo ad un notevole spazio politico rimasto vuoto che, proprio la gente del centrodestra, reclama venga rioccupato da quell’anima nazionale-identitaria che, insieme a quella laico-liberale, cattolica e territoriale, costituiva (passatemi il concetto) lo “schema Cdl” vincente nella Seconda Repubblica. Può non piacere ma è così.
    La raccomandazione che veniva dai dati era quella che l’eventuale nuovo partito presentasse una dirigenza totalmente rinnovata. Non che non ci dovesse essere posto per l’esperienza del politico di lungo corso, ma, almeno per un giro, non in prima fila.
    Perché in fondo il timore è che la maggioranza di questi personaggi stia cercando di recuperare una qualche posizione parlamentare/amministrativa e non vi sia una reale attenzione alla proposta politica. Ho chiuso la mia citata analisi avvertendo che da ciò, invece, dipenderà la riuscita o il fallimento di un eventuale progetto.
    Voglio ribadire il concetto citando alcuni dati di struttura di chi “vuole un partito di destra in ogni caso” e di chi, invece, lo vuole solo se profondamente rinnovato.
    Nel primo caso abbiamo solo il 9% di giovani tra i 18 ed i 35 anni, nel secondo caso il 32%. Così come tra i primi abbiamo il 61% di anziani e tra i secondi il 35%.
    Al Nord Ovest siamo 13% contro 24% e al Nord Est 22% contro 40%.
    Oggi, chi vorrebbe un partito di destra “ad ogni costo” vota Pdl nell’86% dei casi, mentre chi vuole “facce nuove” è sparso in tutto il centrodestra.
    Ecco, nel venticinquesimo anniversario della morte di Giorgio Almirante, il 22 maggio 2013, possiamo dire di aver capito, con sicurezza, da che parte stia il futuro.

     

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